Famo a capisse

L’ho sentita da lontano, che mi arrivava alle spalle come una zanzara impazzita, e man mano ronzava più forte vicino al mio orecchio. Ho cercato di scacciarla, ma alla fine m’è piombata addosso.

Parlo dell’incazzatura.

Eh già, mi sono incazzata selvaggiamente, proprio ora.

Perchè francamente mi sono stufata di questo meccanismo di due pesi e due misure, secondo il quale io devo “capire”, mentre ad altri questo compito viene abbonato.

Mi sento come una mamma divorziata, di quelle che tutti i giorni combattono per imporre ai propri figli delle regole di vita, che vietano di toccare le prese elettriche, che dicono “però alle 21.00 si va a letto”, che mettono cerotti su ginocchia sbucciate.

Poi, come nella migliore delle tradizioni, arriva il papà che il pargolo non vede mai, gli porta un bel giocattolo ed ecco qua, tu sei l’arpia con i piedi per terra, e paparino è un grande eroe romantico, che porta spensieratezza e ventate di novità.

O viceversa eh, per carità, non vorrei essere presa d’assalto dai papà.

Beh, per quanto la mia pazienza e comprensione generalmente tocchino picchi quasi inumani, a sto giro mi prendo il lusso di non capire.

L’incazzatura beh, quella me la devo tenere. Almeno fino a quando non sarà l’altra metà del cielo a capire quello che capisco io.

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